UN NUOVO APPUNTAMENTO DI PROSA AL VERDI DI PORDENONE CON UNO SPETTACOLO PLURIPREMIATO IN ITALIA E NEL MONDO PER LA SUA POTENTE FORZA ESPRESSIVA

VENERDÌ 23 OTTORE ALLE 20.30 DI SCENA “MACBETTU” DI ALESSANDRO SERRA, CHE TRASFERISCE IN MODO SORPRENDENTE IL MACBETH DI SHAKESPEARE NELLE PROFONDITÀ ANCESTRALI DELLA CIVILTÀ E DELLA LINGUA SARDA

Comunicato stampa

PORDENONE– Vincitore del Premio Ubu 2017 come miglior spettacolo dell’anno, osannato da pubblico e critica, approda venerdì 23 ottobre alle 20.30 sul palcoscenico del Verdi Macbettu di Alessandro Serra, spettacolo-rivelazione di queste ultime stagioni che ricostruisce con una straordinaria potenza espressiva il Macbeth di Shakespeare attraverso le sonorità arcaiche della lingua sarda.
Già attesissimo la scorsa primavera e poi sospeso a causa della chiusura dei teatri, lo spettacolo trasferisce in modo sorprendente la celeberrima tragedia nelle profondità ancestrali della Sardegna: un’ispirazione
del regista di fronte ai carnevali della Barbagia.
Un lavoro recitato in sardo
(con sovratitoli in italiano) con l’interpretazione solo maschile, nella più pura tradizione elisabettiana. Ogni oggetto – i costumi, le pietre, il sughero, i campanacci – è elemento coerente e contribuisce alla costruzione di uno spazio visionario ed evocativo, in cui gli attori si muovono, seguendo precise traiettorie coreografiche.

Della vicenda scespiriana si recupera l’universalità e la pienezza di sentimenti, millimetricamente in bilico sul punto di deflagrare. Di fronte ai carnevali sardi una visione: uomini a viso aperto si radunano con uomini in maschere tetre e i loro passi cadenzano all’unisono il suono dei sonagli che portano addosso. «Quell’incedere di ritmo antico, un’incombente forza della natura che sta per abbattersi inesorabile, placida e al contempo inarrestabile: la foresta che avanza» – così Serra descrive la suggestiva ascendenza da cui è scaturito il suo lavoro di contaminazione.
Macbettu traduce – e volontariamente tradisce – il suo riferimento testuale, valica i confini della Scozia medievale per riprodurre un orizzonte ancestrale: la Sardegna come terreno di archetipi, orizzonte di pulsioni dionisiache. La riscrittura del testo operata dal regista, trasferita poi in limba sarda da Giovanni Carroni, guarda a una interpretazione sonora: gli attori sulla scena decantano una lingua che è pura sonorità, si allontanano dal giogo dei significati per magnificare il senso.
Il risultato è uno spettacolo colmo di una meraviglia cupa, in grado di utilizzare elementi della tradizione, senza tuttavia fermarsi a una contemplazione statica, ma utilizzando i segni in modo schiettamente contemporaneo, quindi ambiguo, tragico, affascinante.
Macbettu inquieta con l’atroce bellezza di un racconto senza parole, in grado – come da tradizione barbaricina – di dire senza rivelare.

 

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